Decamerone di Boccaccio
Settima edizione
a cura di Mirella Lirussi
pagg. XVIII – 382
ISBN 9788887647303
Descrizione del libro:
Le novelle del Boccaccio sono un caposaldo della letteratura italiana.
La diffusione nel mondo della scuola del Decamerone viene spesso ostacolata. Come causa possiamo ritrovare la complessità nel periodare dello scrittore toscano. Il quale è modellato su un latino raffinato e irto di difficoltà interpretative.
Questo volume presenta attraverso dei percorsi tematici le novelle del Boccaccio. Dunque vi offriamo un’ampia scelta delle novelle nella loro lingua originale: Chichibio cuoco, Frate Cipolla, Cisti fornaio, Calandrino e l’elitropia, Bruno e Buffalmacco inbolano un porco, Elisabetta da Messina oppure anche Federigo degli Alberighi, Biondello e Ciacco, Giotto e Forese, Guido Cavalcanti.
Inoltre, le novelle sono tutte annotate e commentate, con a fronte un’agile e sciolta traduzione in italiano corrente. Così facendo lo studente viene guidato non solo alla lettura del testo originale, ma anche alla sua comprensione in modo adeguato e costruttivo ed alla conoscenza dell’evoluzione della lingua italiana.
Il Decamerone di Boccaccio è consigliato per le classi prime e seconde della Scuola Secondaria di Primo Grado e per le tre classi di quella di Secondo Grado.
Se hai bisogno degli esercizi di comprensione del testo, scarica qui l’Apparato didattico decamerone.
Le novelle, trama e descrizione
Chichibio
Chichibio, cuoco di Corrado Gianfigliazzi, deve cucinare una gru catturata dal signore durante una battuta di caccia. Quando la gru è cotta, Chichibio ne dà una coscia a Brunetta, di cui è innamorato. Corrado, notando più tardi che il cibo portato in tavola non è intatto, chiede spiegazioni al suo servitore che gli dà un’inverosimile risposta.
Il nobile, per riguardo agli ospiti presenti alla sua mensa, non insiste oltre, ma, al mattino seguente, si reca con Chichibio al fiume ove stanno dormendo dodici gru, ritte su una zampa sola.
Al grido del signore che, spaventando gli splendidi animali, li fa fuggire, Chichibio si sente perduto: una sua battuta, però, tanto inaspettata quanto strampalata, tramuta l’ira di Corrado in una grande risata e salva il cuoco bugiardo da una situazione a dir poco difficile…
Cisti fornaio
È il racconto della squisita gentilezza del fornaio Cisti che, generosamente disposto a fare omaggio al nobile Ruggieri degli Spini di un certo suo ottimo vino, con battuta felicissimamente mordace, ottiene, da una persona di ceto sociale superiore, il rispetto del suo decoro e il riconoscimento della sua nobiltà d’animo.
Cisti dimostra come la saggezza e l’equilibrio del comportamento non siano prerogativa dell’aristocrazia: la «liberalità» e la «cortesia» del vivere, infatti, sono valori propri anche di quella borghesia mercantile della Firenze del Trecento che Cisti rappresenta e che dal Boccaccio frequentemente è descritta nelle sue novelle.
La bellezza della pagina dello scrittore toscano deriva proprio da questa commistione di elementi propri del popolo e di raffinate caratteristiche signorili che incontriamo nella figura del fornaio. Essa è testimoniata dalla consapevolezza di Cisti della propria condizione, della sua appartenenza a una componente umile della società fiorentina del tempo. Ciò non sarà impedimento, però, al suo generoso donare.
Frate Cipolla
È una tra le più felici novelle del Decamerone. Narra la storia di un frate mattacchione, «il migliore brigante del mondo», che si prende gioco, in modo piacevolissimo e ironico, della dabbenaggine degli ingenui contadini di Certaldo.
A frate Cipolla, abituato ad arricchire le prediche con divagazioni incredibilmente roboanti sostenute da inverosimili stramberie, due giovani decidono di fare uno scherzo solenne: sostituiscono, infatti, quella che il frate presenta agli sprovveduti fedeli come la penna dell’«agnolo Gabriello» con pezzi di carbone che essi sistemano in quella che per il religioso è la cassetta delle reliquie.
La sorpresa del frate è grande: ciò, però, non mette in alcuna difficoltà la sua inesauribile fantasia. Infatti, egli, nella delicata situazione che si è venuta a creare, rivela una straordinaria capacità d’inventiva, grazie alla quale riesce a salvare, con una trovata spettacolare, la sua predica e la sua credibilità di uomo di chiesa. Quest’ultima, addirittura, ne esce rafforzata con soddisfazione generale e con buona pace dei birboni che, intenzionati a deridere il frate, in realtà finiscono con essere da lui solennemente beffati.
Lisabetta da Messina
Nella galleria delle «amorose donne» del Boccaccio spicca la figura dolcissima e silenziosa di Lisabetta, protagonista di una triste vicenda. La fanciulla ama, riamata, il giovane Lorenzo, amministratore dell’attività commerciale dei fratelli di lei, ricchi mercanti in Messina. Essi non vedono di buon occhio la relazione dei due, poiché per la sorella pensano ad un matrimonio di maggiore convenienza: per questo, un giorno, con uno stratagemma, allontanano Lorenzo dalla città e lo uccidono, seppellendolo in un luogo remoto.
Lisabetta non si dà pace del mancato ritorno del giovane da cui lei pensa di essere stata abbandonata. Una notte, quasi rispondendo alle invocazioni piene di lacrime di Lisabetta, Lorenzo le appare in sogno, rivelandole la verità e indicandole il luogo della sua sepoltura. Lisabetta, credendo alle parole della visione, ritrova il cadavere del giovane uomo e, staccata la sua testa dal resto del corpo, la porta a casa e la seppellisce in un vaso di basilico. Presa da una dolce follia, piangerà su di essa lungamente, inconsolabilmente, finché i fratelli, insospettiti, gliela toglieranno, facendola morire di dolore.
Federigo degli Alberighi
Federigo degli Alberighi ama, non riamato, madonna Giovanna, nobile dama fiorentina. Per lei egli consuma tutte le ricchezze in straordinarie cortesie e opere di grande liberalità: ridotto in povertà, è costretto a vivere in campagna portando con sé solo uno splendido falcone da caccia, unico bene rimastogli. Un giorno monna Giovanna fa visita a Federigo e l’uomo, per onorarla, non esita a sacrificare l’unica ricchezza di cui ancora dispone: il suo bellissimo falcone.
È la novella che parla della forza dell’amore, della sua ineluttabilità, cui nessuno può sottrarsi: Federigo ama Giovanna e tale passione è l’unica luce della sua esistenza; Giovanna, che non corrisponde a ciò, non per crudeltà o per alterigia, ma perché moglie e madre onesta, è dominata a sua volta da uno dei più profondi affetti umani: quello materno.
La vicenda si conclude col ritrovarsi e con l’unirsi dei due, non prima, però, del superamento di fatti dolorosi con cui il destino ha voluto provarli. I personaggi agiscono in un’atmosfera di cavalleresca gentilezza, di decorosa dignità del vivere, maanche di delicata malinconia causata dalla morte di un bambino e dal sacrificio del falcone.
Calandrino e l’elitropia
Delle quattro novelle che nel Decamerone narrano le varie beffe fatte da Bruno e Buffalmacco a Calandrino questa è certamente la più bella, la più famosa. Maso del Saggio, personaggio proverbiale nella Firenze del tempo per le sue arguzie e per i suoi scherzi, fa credere allo sciocco Calandrino che, nel Mugnone, piccolo corso d’acqua nei pressi di Firenze, esista l’elitropia, una pietra dal magico potere di rendere invisibile colui che la porta su di sé.
L’ingenuo pittore, sognando di poter diventare ricco, confida la notizia meravigliosa ai suoi amici Bruno e Buffalmacco e li spinge ad andare con lui alla ricerca della pietra straordinaria. I due, conoscendo la dabbenaggine di Calandrino, s’intendono con una semplice occhiata e decidono di architettare per lui una beffa memorabile.
Momenti fondamentali della vicenda sono la descrizione del paese di Bengodi, la ricerca dell’elitropia e l’ubriacante certezza di Calandrino di aver trovato la pietra rarissima. Quando il favoloso miraggio di Calandrino viene inesorabilmente annullato dalle parole della moglie, monna Tessa, egli, disperato, la punisce in quanto responsabile, secondo lui, di tanta rovina.
Biondello e Ciacco
La novella riprende ancora una volta uno dei motivi più frequenti nel Decamerone: quello della beffa. Biondello e Ciacco, approfittando del vizio della gola che li porta a frequentare le case dei ricchi per scroccare lauti pranzi e cene luculliane, si beffano a vicenda.
La novella è ambientata nella vivacissima Firenze della fine del XIII secolo e si avvale della presenza di personaggi storici di notevole importanza: Corso Donati, Vieri de’ Cerchi, Ciacco, Filippo Argenti. Questi ultimi sono gli stessi che Dante incontra nel suo viaggio attraverso l’Inferno: Ciacco, nel cerchio dei golosi; Filippo Argenti, nella palude Stigia, tra gli iracondi.
L’elemento comico della novella si deve alla vivacità dei dialoghi, alla potenza dei contrasti, al sapore particolarmente frizzante che la beffa acquista, quando vediamo che il beffato è colui che si credeva beffatore. Biondello sembra promettere a Ciacco uno squisito desinare nella casa di messer Corso Donati: così non sarà e allora Ciacco, per vendicarsi di quello che egli giudica un affronto, organizza per l’autore di tale beffa uno scherzo forse eccessivo, ma indubbiamente efficacissimo, anche perché perfettamente preparato…
Forese e Giotto
La novella ricorda un arguto aneddoto relativo a due personaggi di grande valore: il giurista Forese da Rabatta e il pittore Giotto. Il Boccaccio ce li presenta mentre tornano dalle loro proprietà su due ronzini presi a nolo e male in arnese. Sorpresi da un acquazzone estivo e ottenuti in prestito da un loro amico contadino due vecchi mantelli e due cappellacci consumati dall’uso, decidono di continuare il viaggio, malgrado la pioggia, volendo rientrare a Firenze in giornata.
Bagnati e infangati, procedono a lungo senza parlare ma, quando il tempo migliora, sentendosi anch’essi rasserenati, riprendono a discorrere. A un certo punto, però, l’aspetto ridicolo e sgraziato di Giotto suggerisce a Forese un’arguta osservazione alla quale il pittore risponde per le rime. Il motto arguto è quello che illumina il finale della novella: ma quello che colpisce nella vicenda è la grande umanità dei due vecchi, la simpatia che essi suscitano in un momento particolare della loro vita.
Le parole di Forese, che riconoscono in Giotto il più grande pittore del tempo, non sono che l’eco dell’ammirazione provata dai contemporanei nei confronti dell’arte del maestro fiorentino.
La beffa al giudice
Molte novelle del Decamerone parlano di beffe e di beffati: questa è la storia di un giudice marchigiano, sporco, disordinato, balordo; la sua rappresentazione fisica diventa ritratto della sua grettezza morale, di quella meschinità e trasandatezza d’animo che stridono in modo impietoso con l’alto ufficio cui egli è preposto. Tre fiorentini, giovani ed estrosi, decidono di trargli, per beffa, mentre l’uomo tiene udienza, le brache: e il modo in cui lo fanno, improvvisando l’indiavolata parodia di un’inesistente contesa popolare, è il riflesso della scanzonata arguzia propria dello spirito degli abitanti di Firenze.
Il tiro birbone, ideato da Maso del Saggio e realizzato con la collaborazione preziosissima di due suoi amici buontemponi, maliziosi e scaltrissimi quanto lui, è raccontato dal Boccaccio con vivo compiacimento, rivelatore del suo naturale orgoglio di essere fiorentino, ben diverso dagli ignoranti «rettori» che governarono Firenze al tempo dei podestà forestieri. La novella è condotta con garbo e intelligenza, si avvale di uno stile svelto, armoniosamente flessuoso, modellato sulla parlata comune, quotidiana e, perciò, perfettamente aderente al caso narrato.
Guido Cavalcanti
È una novella breve, felicemente riuscita nella rappresentazione di figure e di situazioni. La prima parte è dominata dalla descrizione di quella vita cortese che, in un tempo ormai lontano, era propria dei migliori cavalieri fiorentini e testimonianza di quella gentilezza di usi e di costumi di cui Boccaccio sente fortissima nostalgia.
L’atmosfera, poi, si fa più attenta, più sottile, più profonda: appare Guido Cavalcanti, figura solitaria e fiera di poeta e di pensatore; si celebra l’ammirazione per l’intelligenza umana che, frequentemente, è al centro dell’attenzione dello scrittore come tema particolarmente amato nella sua opera. L’intelligenza di Guido è quella di un animo nobile, aristocratico, schivo, anche insofferente della vicinanza degli altri uomini, lontano dalle cose comuni, poiché affascinato dalla meditazione e dal pensiero.
La presenza dei festosi cavalieri impegnati in conviti, tornei, scherzi di ogni tipo sottolinea il contrasto nettissimo tra il mondo che essi amano e quello del filosofo che vorrebbero con sé almeno talvolta in quelle occasioni mondane in cui si incontrano, lieti e spensierati.
Bruno e Buffalmacco imbolano un porco a Calandrino
Ancora una volta sono protagonisti della novella l’ingenuo Calandrino e Bruno e Buffalmacco, mattacchioni astutissimi, sempre pronti a ideare burle. Calandrino è persuaso di essere il migliore economo del mondo, l’amministratore più attento e scrupoloso. Un giorno di dicembre, dopo aver ammazzato il suo splendido porco, egli orgogliosamente lo mostra a Bruno e a Buffalmacco i quali concepiscono subito l’idea di farglielo sparire, riuscendoci con facilità la notte stessa, mentre Calandrino, ubriaco, dorme profondamente.
La mattina seguente, sentendo Calandrino commiserarsi per la scomparsa del porco, essi fingono di credere che egli lo abbia venduto e che racconti che gli è stato rubato solo per nascondere il fatto alla moglie. Di fronte alla sua disperazione gli insegnano come fare per riaverlo: ma, quando sembra che l’autore del furto sia lo stesso Calandrino, obbligano il poveretto a regalare loro, come risarcimento dello zelante aiuto prestatogli, quattro capponi, lasciando in tal modo lo sciocco amico col danno e con le beffe…
Giovanni Boccaccio – La vita
Giovanni Boccaccio nacque forse a Parigi, forse a Firenze o in quel di Certaldo, nel 1313, frutto di un amore illegittimo del padre, Boccaccio da Chellino (Boccaccino), mercante di stoffe già proprietario terriero nella Val d’Elsa. Il nome della madre è sconosciuto, anche se i biografi parlano di una nobildonna parigina: cosa non impossibile visto che a Parigi, per i suoi commerci, il padre si recava frequentemente. Alcuni documenti del tempo attestano la residenza della famiglia Boccaccio nel capoluogo toscano, nel quartiere di San Pier Maggiore, che, ai primi del Trecento, era già abitato da novantamila persone, con un centinaio, o più, di botteghe di panni.
Fu qui che il giovinetto, riconosciuto dal padre, visse la sua fanciullezza, ricevendo un’istruzione di tipo tradizionale guidata da Giovanni da Strada, padre del letterato Zanobi di cui diventerà amico. Il padre del Boccaccio, per la sua attività mercantile, si appoggiava alla potente Banca de’ Bardi, finanziatrice, tra l’altro, a Napoli, della stessa casata Angioina.
Proprio in questa città Boccaccio fu mandato dal padre, allora consigliere e ciambellano del re Roberto, sia a seguire gli studi giuridici, sia a far pratica, contemporaneamente, di mercatura presso una casa di commercio di quella città, prevedendo per il figlio, da tale attività bancaria, importanti risultati pratici e interessanti guadagni.
Qui, ricevendo clienti, pesando monete, sbrigando corrispondenze varie, attività per le quali, comunque, non provava alcun interesse, il giovane conobbe uomini della cultura e della scienza del tempo e si inserì, sempre più vivacemente, nell’entusiasmante vita di Napoli, allora centro politico di grande importanza e ambiente di traffico commerciale di prim’ordine, ove gli splendori della corte e la sfarzosa e raffinata vita dei nobili e dei borghesi stridevano con la miseria dei quartieri popolari, spesso malfamati, di quella città. Fu allora che lo spirito del giovane uomo, non particolarmente attratto da riflessioni di tipo filosofico, scoprì il vero motivo della sua vena artistica.
Naturalmente portato alla poesia, il Boccaccio sentì il fascino della variegata umanità che lo circondava e che egli poteva osservare in ogni sua componente, potenziando, in tal modo, la sua abilità speculativa; arricchendo la sua esperienza umana e la dinamica effervescente e originale della sua personalissima formazione intellettuale e morale: elementi destinati a divenire il ricchissimo nucleo di quella indagine narrativa che il suo lavoro di scrittore prevedeva.
Nella città partenopea, negli ambienti della corte e dell’università che il giovane Boccaccio frequentava e dopo aver abbandonato, con il permesso paterno, il commercio, egli poté incontrare i valenti studiosi della corte del re Roberto: Paolo Perugino, bibliotecario del sovrano e maestro di mitologia che sembra aver iniziato il giovane fiorentino agli studi classici; Andalò del Negro, studioso di astrologia e di astronomia; i giuristi Barbato da Sulmona e Giovanni Barrili; Cino da Pistoia, eccellente rappresentante della lirica del dolce stil novo e attento, nelle sue composizioni, a una ricerca psicologica simile a quella petrarchesca.
Fu in tale contesto che la passione per la poesia, già vivissima in lui, e la conoscenza sempre più approfondita di testi greci e latini (soprattutto quelli di Ovidio e di Virgilio, ma anche quelli di Stazio e di Lucano) lo allontanarono anche dagli studi di diritto canonico che il padre aveva scelto per lui e che, comunque, pur non completati, gli avrebbero permesso, nel 1360, di ricevere gli ordini minori grazie ai quali era possibile dedicarsi alla cura delle anime. L’esplorazione culturale di tipo umanistico divenne, allora, sempre più intensa, anche se sempre irregolare.
Grazie alla frequentazione della società partenopea più altolocata egli, partecipando alla gioiosa mondanità della corte e della nobiltà del luogo, conobbe la straordinaria ebbrezza dell’essere ricercato dalle liete brigate dei giovani, amanti delle feste, da essi viste come occasione per intrecciar amori, per incontrare persone sempre più interessanti.
Apprezzato dagli amici per il suo spirito brillante e per quel temperamento pieno di simpatia che lo rendevano caro a tutti, visse il periodo napoletano come il più bello della sua vita, anche perché in quella città amò colei che nelle sue opere chiamò Fiammetta: forse una Maria d’Aquino, figlia naturale di re Roberto, andata sposa a un nobiluomo e che Boccaccio aveva incontrato nel 1336 nella chiesa di San Lorenzo, amandola, poi, appassionatamente.
Tale amore, sconvolgente e totalizzante almeno per il giovane uomo, in effetti durò pochissimo, perché, poco dopo, l’innamorata, la «Fiammetta» di tante pagine dello scrittore, lo abbandonò. L’intensissimo sentimento, comunque, ispirò alcune delle più belle composizioni poetiche dell’artista.
In seguito al fallimento della Banca de’ Bardi e, di conseguenza, alle difficoltà degli affari del padre, Boccaccio, tra il 1339 e il 1340, dovette lasciare Napoli, la città che con la sua vita vivace e con la sua natura lussureggiante bene si adattava alla sua sensualità, al suo temperamento voluttuoso. Il ritorno a Firenze fece risaltare in modo drammatico il confronto tra il ritmo di vita della città partenopea e quello della città toscana.
Napoli era la città festosa e sorridente, trionfante di sole, di colori, di luminosità accecante, di abitanti ottimisti e sereni che, continuamente, dimostravano tutta la loro gioia di vivere. Firenze, al contrario, riconfermava la sua austerità nella severa successione di vie, di tetri e maestosi palazzi medievali: testimonianze silenziose delle attività dei suoi cittadini, persone raccolte e riflessive, attivissime, ma meno spensierate, pur nel soddisfatto orgoglio della loro affermazione umana.
Anche la vita familiare dell’artista conosceva, nel frattempo, un momento difficile. Morta Margherita de’ Mardoli, prima moglie del padre e imparentata con la Beatrice dantesca, a lei subentrò Bice dei Bostichi, persona meno affettuosa della donna che l’aveva preceduta.
Boccaccio, comunque, si adattò alla vita toscana, interrotta solamente da alcuni viaggi compiuti per ambascerie ufficiali a nome del Comune di Firenze. Fu così a Ravenna nel 1346 presso i da Polenta, a Forlì presso Francesco Ordelaffi che sembra aver accompagnato, in seguito, come segretario, a Napoli per l’incontro del signore con il re Luigi d’Ungheria. Egli si trovava senz’altro a Firenze quando nella città, nel 1349, scoppiò la peste che già imperversava anche in Spagna e in Francia: il terribile morbo gli tolse il padre e la matrigna, ma gli avrebbe offerto, più tardi, l’occasione per scrivere il suo capolavoro.
Nel 1350 aveva conosciuto il Petrarca di cui fu ospite a Padova: fra i due artisti era nata, allora, una cordialissima amicizia destinata a durare fino alla morte del Petrarca. Nel 1362 una visita del certosino Gioacchino Ciani che, in nome del confratello Pietro Petroni, morto in fama di santità, gli preannunciava la prossima fine della vita e la dannazione eterna invitandolo a convertirsi e a cambiare stile di vita, determinò nell’artista una profonda crisi spirituale che lo portò a meditazioni severe dalle quali nacquero opere dottrinali di grande interesse.
Impressionato dalle parole del frate, il Boccaccio avrebbe voluto distruggere il Decamerone, opera che, fortunatamente, venne salvata dall’intervento del Petrarca il quale riuscì a dissuadere l’amico. Boccaccio, pur vivendo a Firenze fra notevoli ristrettezze economiche, fu sempre onorato e stimato dai suoi concittadini.
Ottenne, tra l’altro, vari incarichi pubblici e numerose ambascerie: presso Ludovico di Baviera; presso i pontefici Innocenzo VI e Urbano V, ad Avignone; a Roma, nel 1367, per rendere omaggio, a nome di Firenze, a questo ultimo papa rientrato dalla città francese. Vinto dai ricordi e dalla nostalgia tornò anche a Napoli nel 1355 e nel 1362: nella città incontrò il fiorentino Nicola Acciaiuoli, importante dignitario della corte partenopea, il quale pareva volergli garantire una buona sistemazione, ma in quella città non trovò più l’ambiente e l’atmosfera di un tempo. Deluso, il Boccaccio tornò prima a Venezia, dal Petrarca, rifugiandosi in seguito nella sua Certaldo.
Trascorse gli ultimi anni della vita tra questa località e Firenze, dedicandosi al culto di Dante del quale scrisse una Vita. Accettò anche di essere commentatore ufficiale della Commedia nella chiesa di Santo Stefano in Badia, con un salario molto conveniente: cento fiorini d’oro.
Le lezioni, però, furono ben presto interrotte per le sue cattive condizioni di salute e perché l’artista non voleva «spiegare il divino Maestro ai vili meccanici». Di tale lavoro a noi è rimasto il Commento ai primi sedici canti e all’inizio del diciassettesimo dell’Inferno. Morì a Certaldo il 21 dicembre 1375: già alla morte del Petrarca, avvenuta l’anno precedente, aveva compreso di essere rimasto solo.
Potete trovare nel nostro catalogo anche altre novelle:
– Novelle a confronto I, Verga e Pirandello; Novelle a confronto II, Verga e Pirandello.










Anonimo (proprietario verificato) –
In realtà il testo è per mia nipote, la valutazione si riferisce all’eccellente servizio di vendita e consegna. Grazie.
Ivano Traverso (proprietario verificato) –
marzio bottoli (proprietario verificato) –
Ho trovato questo testo da Agenzia Libraria Editrice che in due giorni mi ha inviato. Direo ottimo servizio. Vi consiglio di sfogliare il loro catalogo veramente interessante.
Maurizio D. (proprietario verificato) –
Arrivato nei tempi stabiliti in ottime condizioni. Ben imballato 👍🏻
Elia B. (proprietario verificato) –
Tutto bene, sia le condizioni del libro che i tempi di consegna.