Le avventure di Pinocchio

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Pinocchio
Carlo Collodi
a cura di Barbara Sturmar
pagg. XX – 308  
ISBN 9788887647730

 

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Descrizione

Pinocchio
Carlo Collodi
a cura di Barbara Sturmar
pagg. XX – 308  
ISBN 9788887647730

1° Premio al Concorso Nazionale Fondazione Collodi 2016

Descrizione del libro Pinocchio:

Tra i pochi libri più letti nel mondo si collocano le Avventure di Pinocchio. Viene spontaneo chiedersi il perché.  Si possono dare mille risposte, ma la più eloquente, secondo noi, è la seguente: si tratta di un libro «sacro»,  «sacro», senza troppo esagerare, come la Bibbia.

In esso non vengono descritte, ma dipinte le debolezze umane, su cui aleggia il mistero della vita. Ogni personaggio si contrappone all’altro in una sorta di altalena tra vizi e virtù, che lasciano di passo in passo il lettore con gli occhi spalancati.

Si sorride e si ride, ma sono un sorriso e un riso entrambi amari, come nelle grandi opere di tutti i tempi. La cui soluzione finale non può che essere una sola: la conquista purificatrice del bene e della pace attraverso le peripezie del vivere quotidiano.

Il libro è consigliato per le classi prime della Scuola Secondaria di primo Grado.

Approfondimento

Tutti crediamo di conoscere Pinocchio, ma ne siamo certi?

Si tratta di un racconto, uno scritto d’appendice, una fiaba, un romanzo di formazione, una favola moralistica… Sicuramente un capolavoro della letteratura, non soltanto di quella dedicata all’infanzia, – come ha riconosciuto anche Benedetto Croce nel 1903, – un testo universale, un’opera che ha sedotto autori dotti, autorevoli critici letterari, simbolisti, storici delle religioni, psicanalisti, studiosi esoterici e noti scrittori.

Le avventure di Pinocchio, che per un terzo avvengono di notte, sono state oggetto di studi interdisciplinari e innumerevoli interpretazioni che hanno evidenziato tra le tante conclusioni come l’opera trascenda i suoi limiti oggettivi per ritrarre la situazione sociale dell’Italia post-unitaria, celebrando lo slancio della fantasia contro le soffocanti regole del perbenismo borghese.

Pinocchio, personaggio fuori dal comune: mutevole e trasformista, compie un cammino catartico attraverso le metamorfosi (da legno parlante, a burattino, a ciuchino, nuovamente a burattino, sino a bambino). Percorso anticipato da Geppetto con la scelta del no­me, che nel dialetto toscano significa «pinolo», seme di pino tenero e profumato che si nasconde in un involucro legnoso, portando in sé la vita e la rigenerazione: un embrione in fieri, pronto ad assaporare la magnificenza dell’esistenza tra scoperte, bugie, lacrime, dolorosi pentimenti, ansia di giustizia, corse infinite e fragorose risate.

Le celebri Avventure del burattino, impreziosite di toscanismi e fiorentinismi, vantano traduzioni in oltre duecentosessanta lingue e dialetti, dopo i testi sacri è il libro più stampato al mondo: Pinocchio è entrato nell’immaginario collettivo di tutti noi, tratto indelebile della formazione identitaria nazionale.

Anche per questa enorme popolarità, disegnatori e artisti da sempre si dilettano a far rivivere il burattino; il celeberrimo classico della letteratura italiana, definito curiosamente da Collodi «una bambinata», continua a ispirare artisti poliedrici e molte opere sono raccolte nel Parco tematico a Collodi, inaugurato nel 1956. Pinocchio affascinò anche Walt Disney, tanto da consacrarne il successo internazionale, canonizzandolo nel film d’animazione del 1940; l’iconografia imposta dalla produzione americana influisce ancora oggi sulla rappresentazione del burattino, tuttavia merita chiedersi quali siano state le prime illustrazioni del celebre personaggio e come lo immaginasse Collodi.

A questo proposito ci vengono in aiuto le tavole di Enrico Mazzanti, amico e collaboratore dello scrittore, che per primo disegnò Pinocchio con filologica precisione nella prima edizione in volume dell’opera nel 1883, dimostrando erudizione e coinvolgimento nei confronti delle Avventure.

Anche i primi giovani lettori che conobbero Pinocchio nel 1881, leggendo La storia di un burattino a puntate sul «Giornale dei bambini», si affezionarono subito a questo insolito personaggio; essi restarono a bocca aperta quando Collodi decise di concludere le Avventure con la morte del protagonista, per mano degli assassini.

Le proteste dei piccoli, insieme con le richieste del direttore del giornale, indussero Collodi dopo preamboli, interruzioni e note redazionali a proseguire l’opera sino all’auspicato finale, che oggi tutti conosciamo. Pure una bambina giapponese, Aya Nishimura Ishida, rimaneva incantata quando il padre le raccontava la storia di questo burattino italiano monello e dispettoso, tanto che fu la prima illustratrice nipponica.

Ma non solo i «piccoli» lettori sono affascinati da Pinocchio, perché Collodi ha saputo elaborare uno stile narrativo caratterizzato dalla particolare spazialità dinamica del nascondimento che rivela e della rivelazione che nasconde, frutto di una diversa illuminazione dello stesso paesaggio fruibile a due livelli diversi: per i piccoli lettori più colorato e superficiale, per gli adulti invece chiaroscurale e profondo.

Un cambio di prospettiva affascinante e di grande vitalità, che ha ispirato numerose rielaborazioni creative in altri linguaggi: dal teatro con Carmelo Bene, al musical di Saverio Marconi. Inoltre famosi registi hanno reso Pinocchio un personaggio cinematografico: da Luigi Comencini a Roberto Benigni (che sostiene di aver sempre desiderato girare il film su Pinocchio) e che Federico Fellini amava chiamare «Pinocchietto».

L’indicibile polisemia del pezzo di legno conferma la complessa universalità e la straordinaria capacità di rigenerazione di Pinocchio; le interpretazioni critico-letterarie, storico-mazziniane, psicanalitiche, cattoliche, cristologiche, sociologiche, antropologico-mitiche dell’opera spesso si integrano, permettendo un’esegesi testuale pluralista e ulteriori possibilità di scoperta.

Basti pensare alla lettura di Marcello Carosi, che partendo dalla capacità del burattino di passare al buratto, cioè di setacciare, di soppesare, di discernere il bene dal male, attribuisce a Pinocchio il conseguimento della vera libertà, attraverso un susseguirsi di avventure sublimanti. Dalla sfrontatezza e dalla propensione alle dissolutezze esistenziali tipicamente istintuali, il burattino giunge alla sua realizzazione tramite la compostezza, la scelta cosciente del bene e l’opzione saggia dell’amore.

Che sia questo l’augurio ai miei piccoli e grandi lettori: la realizzazione responsabile di voi stessi e la scelta consapevole del Bene e dell’Amore, – le ruote che fanno girare il mondo e permettono di sanare il male inevitabile che accompagna l’esistere, – supportati dal susseguirsi incalzante delle indimenticabili Avventure di Pinocchio!

Carlo Collodi: la vita

Nato a Firenze il 24 novembre 1826, Carlo Lorenzini è noto con lo pseudonimo di Collodi: riferimento toponomastico alla frazione del Comune di Pescia, dove lo scrittore trascorse parte dell’infanzia e in cui nacque la madre Angiolina (Maria Angela Carolina) Orzali; si crede anche che fosse stato scelto Collodi per il significato cum-lode: che nelle opere epiche medievali indica il ritrovamento del senno.

Lo scrittore e giornalista fu un intellettuale risorgimentale che si dedicò alla scrittura di articoli, saggi, racconti, testi umoristici, libri per la scuola, drammi teatrali e romanzi, combattendo anche come volontario per l’Unità d’Italia. Collodi visse un’esistenza ricca di esperienze umane e letterarie, delle quali ha lasciato testimonianza nel suo epistolario.

La famiglia del futuro scrittore aveva umili origini, la madre era maestra elementare, ma non poté dedicarsi all’insegnamento poiché lavorò come domestica per l’illustre casato toscano dei Garzoni Venturi e successivamente presso la ricca famiglia Ginori di Firenze, dove il marito, Domenico Lorenzini, era impiegato come cuoco.
 Carlo fu il primogenito di dieci fratelli (purtroppo solo in quattro sopravvissero, a causa del diffuso fenomeno della mortalità infantile), frequentò le scuole elementari a Collodi, dove fu affidato a una zia materna a causa delle sopravvenute difficoltà economiche dei genitori.

Il giovane fu avviato agli studi ecclesiastici grazie all’intercessione della famiglia Ginori, presso il Seminario a Colle di Val d’Elsa, in provincia di Siena, quindi dai Padri Scolopi di Firenze: esperienze che lo arricchirono proficuamente sul piano intellettuale.


Quando il fratello Paolo divenne dirigente nella Manifattura Ginori, la famiglia Lorenzini ritrovò un po’ di serenità economica, quindi Carlo intraprese la carriera di impiegato e di giornalista; egli aveva già lavorato nella libreria fiorentina Piatti, rimanendo profondamente affascinato da quel magico «mondo di carta»; fu in questa occasione che il ventenne principiò la sua attività letteraria redigendo i cataloghi commentati della prestigiosa libreria, quindi iniziò a pubblicare nel 1847 sul periodico specializzato «L’Italia Musicale».

Lo scrittore interruppe momentaneamente le sue attività lavorative nel 1848, partecipando come volontario alla prima Guerra d’Indipendenza nelle file dei mazziniani.

Il talento giornalistico portò il letterato nello stesso anno a fondare un quotidiano di satira politica «Il Lampione», che fu soppresso dalla censura dopo pochi mesi a causa dei moti risorgimentali; in quegli anni il foglio satirico fu sostituito con «Scaramuccia», giornale di carattere più strettamente teatrale. Nel 1850 il narratore divenne amministratore della libreria Piatti, che svolgeva anche attività editoriale, inoltre collaborò con diversi giornali e con la rivista «La Lente» dove, a trent’anni, si firmò per la prima volta con il celebre pseudonimo Collodi. Per quanto riguarda l’attività più strettamente letteraria, nello stesso anno lo scrittore pubblicò Gli amici di casa e Un romanzo in vapore.


Nel 1859, spinto dagli ideali del patriottismo, Collodi partecipò anche alla seconda Guerra d’Indipendenza come volontario dell’esercito sabaudo, nel reggimento Cavalleggeri di Novara.


Successivamente il letterato fu censore teatrale e impiegato presso la prefettura di Firenze, inoltre riuscì a far pubblicare nuovamente «Il Lampione» (dopo il plebiscito per l’annessione della Toscana al Piemonte e la fine del Granducato); nel frattempo 
 entrò nella redazione del Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze, scrisse romanzi e drammi teatrali, collaborando fino al 1875 con numerose testate giornalistiche.

Il primo testo di Collodi dedicato all’infanzia è del 1876: I racconti delle fate; un anno prima egli aveva ricevuto dall’editore Felice Paggi l’incarico di tradurre le più famose fiabe francesi, quindi si era confrontato con Charles Perrault, Jeanne-Marie Leprince de Beaumont e Marie-Catherine d’Aulnoy. Un lavoro appassionante e coinvolgente, che indusse lo scrittore a cimentarsi anche nella letteratura infantile: non a caso un anno dopo uscì Giannettino, quindi a breve pubblicò Minuzzolo.

Con le vicissitudini di giovani personaggi discoli e svogliati, lo scrittore affrontò pure il diffusissimo problema della dispersione scolastica, che gli stava molto a cuore; inoltre realizzò una lunga serie di testi scolastici, opere che lo fecero diventare «Benemerito dell’Istruzione pubblica», titolo prestigioso nell’Italia unita da pochissimi anni.


La notorietà arrivò per il letterato con Le avventure di Pinocchio: il 7 luglio 1881 sul «Giornale per i bambini» diretto da Ferdinando Martini, apparve la prima puntata con il titolo di Storia di un burattino, che conquistò subito grande popolarità tra i giovani lettori; grazie all’editore Paggi l’opera uscì in volume la prima volta nel 1883. Lo scrittore divenne il direttore dello stesso «Giornale per i bambini» e pubblicò altri racconti, riscuotendo grande successo. 


Fu proprio in questo periodo di soddisfazioni letterarie, che Collodi mancò improvvisamente il 26 ottobre 1890 a Firenze, in seguito ad un malore sull’uscio di casa.

Lo scrittore è sepolto nel cimitero monumentale di San Miniato al Monte, nella tomba di famiglia, mentre le sue preziose carte sono conservate nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, dono degli eredi per tutti noi.

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